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"Poi sono arrivate le botte"

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"Antonia aveva denunciato"

La vita di una famiglia cui la furia omicida di un uomo ha portato via una madre, una sorella, una figlia, una donna. Antonia Bianco è stata uccisa il 13 febbraio 2012, nonostante le ripetute denunce nei confronti di quello che è poi diventato il suo assassino.

Antonia non è morta perché la disperazione, la rabbia e l’ennesima lite con l’ex compagno, che la tormentava e la minacciava da tempo, le hanno incrinato il cuore forte, nonostante una vita non facile.

La madre e la sorella di Antonia si accorgono di un “foro della dimensione di una moneta da 5 centesimi nel reggiseno, sporco di sangue”, solo dopo ore dalla sua morte apparentemente naturale e improvvisa, arrivata al culmine di una brutta lite con l’ex compagno, padre del più piccolo dei suoi figli.

No, non è stato un arresto cardiocircolatorio. Lui, nel corso di quella lite, l’ha trafitta con un punteruolo, un’arma bianca:

Il referto dell’autopsia parla di uno spillone di 12 cm

dice Assunta mimando con le mani la dimensione di quel piccolo oggetto letale.

In tutti i tre gradi di giudizio Carmine Buono è condannato all’ergastolo. Eppure nel 2015 l’uomo è persino tornato in libertà, nonostante l’omicidio, nonostante le varie denunce di stalking e maltrattamenti con cui Antonia aveva cercato di difendersi e di evitare quello che poi è accaduto e che, con il senno di poi, era evitabile.

Il motivo? Decorrenza dei termini di custodia, in seguito all’annullamento della sentenza da parte della Cassazione, che aveva predisposto un processo d’appello ‘bis’, perché, come spiegò ai tempi l’avvocato dell’uomo, la sentenza che lo condannava per omicidio volontario “non è stata sufficientemente motivata”.

Per due anni l’uomo che ha ucciso Antonia è tornato alla sua vita, fino a una nuova denuncia per violenza, questa volta da parte della compagna e convivente, in seguito alla quale per lui non si sono aperte immediatamente le porte del carcere, ma gli è stato notificato un ordine restrittivo e il dovere di non avvicinare la donna.
Fino al dicembre 2017, quando la Suprema corte ha messo fine a questa vicenda giuridica.

Non a quella umana della sorella Assunta, della madre e dei figli di Antonia, Maximiliano, Florencia e del piccolo Gabriele, figlio dell’assassino, che al tempo dell’omicidio aveva 5 anni.

Per una donna indiana è un grande traguardo. Non è affatto scontato.
L’intervista originale è comparsa all’interno del progetto di Roba da Donne L’amore è un’altra storia – per un linguaggio giornalistico etico e umano sulla violenza di genere.